dr Carla Foletto Psicoterapeuta

studio a Mantova in via Solferino e San Martino n° 33 0376360278 cell 3926255541

Habit theory, frammenti in itinere.

Tornando sulla teoria dell’abitabilità energetica, partendo dalle ipotesi che: tempo e spazio siano rappresentazioni della “mente” e che in realtà non esistano, continuiamo con la nostra ipotesi che dopo la cosi detta “morte fisica” i “pacchetti energetici” di cui siamo costituiti mantengano una sorta di “identità energetica” ovvero la “persona” continua a permanere in altre dimensioni energetiche immateriali, quindi senza poter dimostrare nulla semplicemente optiamo per una scelta: l’energia ha una identità quindi una “soggettività” e questa permane nei processi di “cambiamento” dell’organizzazione energetica.

A questo punto dobbiamo prendere in considerazione il punto di vista religioso che afferma la stessa cosa: il soggetto dopo la morte continua ad esistere con la sua soggettività.

Se partiamo dall’idea che esista una soggettività, nella mia teoria allargata a animali, piante ecc…,(magari anche extraterrestri) ne consegue che esista una “libertà soggettiva”, ovvero la possibilità di scegliere verso una organizzazione energetica o un’altra (detto in altri ambiti anche: comportamento o libero arbitrio), pertanto la soggettività implica in sé la volontà.

Da ciò ne consegue una responsabilità soggettiva che nelle religioni è definita: colpa, karma…., a questo punto tale responsabilità soggettiva ci sarebbe solo nell’organizzazione energetica materiale (cosi detta durante la vita terrena) o anche in quella immateriale?

Le religioni si dividono sostanzialmente su tre fronti:

marcatamente regolamentative, quindi minima responsabilità ovvero solo la responsabilità di seguire o meno quanto indicato nei cosi detti testi sacri per esempio islamismo .
meno regolamentative e più orientate ad una antropizzazione divina e alla possibilità di accordarsi o contrattare con Dio, una qualche forma di perdono e possibilità di ricominciare da capo: per esempio cattolicesimo ed ebraismo.
Responsabilitative, ovvero “la colpa” ricadrebbe sul soggetto il quale o deve fare qualcosa per ripristinare un “organizzazione energetica” in modo riparativo e etico oppure “il destino” o karma gli permetterà di capire i suoi sbagli. Per esempio buddismo o altre interpretazioni del cristianesimo che non siano cattoliche.
Nella teoria abitazionale si opta per il punto c) in quanto è quello che meglio permette di sostenere l’ipotesi di una soggettività energetica permanente, e si sceglie senza poter dimostrare nulla, che tale responsabilità soggettiva, permane anche nelle dimensioni immateriali, ovvero il cosi detto libero arbitrio potrebbe esistere anche dopo la morte, in forma differente ovvero nelle altre dimensioni, cioè in quelle immateriali, mentre si estinguerebbe nella sola dimensione materiale.

Chiaro da questo ne derivano una serie di argomentazioni e affermazioni che si discostano sia dal punto di vista della scienza empirica occidentale sia dal punto di vista delle varie religioni, escluse alcune forme di buddismo che in realtà ipotizzano qualcosa del genere, ovvero che chi si libera dal karma possa intervenire nella dimensione materiale, ma nell’ottica buddista solo se ha raggiunto la cosi detta perfezione.

Sull’illusione dello spazio

Continuando con la mia teoria “Habit theory” descritta in vari spazi web, in parte anche in questo blog vorrei affrontare la mia ipotesi che non solo il tempo è illusione ma anche lo spazio.

Nell’espressione identitaria energetica, che permane anche dopo la morte fisica del corpo, ipotizzo che il tempo in sè non esiste è solo l’elaborazione “psichica” del “movimento” energetico, ovvero esiste il movimento di energia, per esempio la rotazione della terra attorno al sole, che ogni identità energetica (umani, animali, vegetali ecc..) si rappresenta “psichicamente” come tempo. Questa rappresentazione è possibile in quanto l’espressione identitaria nei diversi insiemi (fisico/tangibile, mentale, spirituale..) in cui esistono le unità energetiche comunicanti e collegate fra loro e costituiscono identità energetiche anch’esse comunicanti fra loro, modifica la propria espressione energetica, ovvero viene percepito il cambiamento da uno stato all’altro (organizzazione energetica) ed è questo “cambiamento” che genera la rappresentazione del tempo.

Anche lo spazio, a mio parere, è una rappresentazione “psichica”, è possibile spiegare questo con una metafora: se ascoltiamo una musica le note possono essere più alte o più basse (frequenza maggiore o minore) possiamo rappresentarci le note su uno spartito musicale e assegnare alle note più intense (maggiore frequenza) una collocazione visivamente più in alto e a quelle di minore frequenza una collocazione visivamente più in basso dello spartito. Tale collocazione è solo una trasformazione psichica da un codice uditivo a un codice visivo: in altre parole diamo una spazialità al suono, se ascoltiamo una melodia possiamo visualizzare la collocazione spaziale delle note sullo spartito, anche se il suono non ha una spazialità. Nello stesso modo le unità energetiche possono assumere maggiore o minore intensità energetica (parlando dell’insieme tangibile/concreto) e la nostra “identità energetica” costruisce una collocazione spaziale che in realtà non esiste come non esiste il tempo ma abbiamo bisogno di considerarla come esistente in quanto essa stessa riferimento necessario, per poter modulare “il movimento-cambiamento” nell’insieme delle unità energetiche tangibili-sensoriali-concrete (pseudo concrete).

Quindi il passaggio cosi detto vita morte è una migrazione delle unità energetiche negli insiemi mentale/affettivo-spirituale il cui aumento dell’intensità energetica è relativo alla qualità intellettuale-spirituale, mentre nell’insieme “biologico-tangibile” è relativo alla rappresentazione collocativa dei riferimenti spazio-temporali che in realtà sono costruzioni necessarie ma non esistono.

Un esempio di realtà psichica e affettivo spirituale, senza spazio e tempo, possiamo sperimentarlo con l’attività onirica, penso che questo “stato” aspaziale e atemporale permanga dopo la morte, e poiché non esisterebbe spazio e tempo il “numero” delle identità energetiche potrebbe essere infinito, in altri termini il concetto di numerabilità in una realtà ipoteticamente senza spazio e senza tempo non ha senso.

Distinguere la psicoterapia da altri interventi psicologici con la metafora del labirinto.

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Premesso che si parte da una impostazione prevalente è di tipo cognitivistico (il cognitivismo non va confuso con le scienze cognitive che sono tutt’altra cosa) per comprendere la differenza fra consulenza psicologica, sostegno psicologico e psicoterapia; immaginiamo di trovarci con il cliente in un labirinto, il labirinto è il problema che porta il cliente.

Abbiamo tre modi differenti di aiutare il cliente:

Consulenza: lo psicologo è come se vedesse dall’alto il labirinto e dice al cliente, gira a destra poi a sinistra e li trovi l’uscita, il cliente lo fa e risolve il suo problema. A volte il cliente ingenuo ed è convinto che le indicazioni dello psicologo si possano generalizzare e le applica ad altri “labirinti” esponendosi a ripetuti fallimenti o esponendo a ripetuti fallimenti le persone cui rivela la “magica” soluzione data dallo psicologo.

Sostegno: lo psicologo è come se fosse vicino al cliente, e poiché conosce tanti labirinti, tanti quanti ne ha potuto incontrare durante la sua esperienza professionale, assieme al cliente decide quale strada percorrere per arrivare all’uscita, e di solito ci mette meno tempo del cliente perché ha più esperienza. Il cliente ingenuo una volta trovata la soluzione si convince di avere la stessa esperienza dello psicologo, perché la soluzione l’hanno trovata assieme, e si avventura in altri labirinti anche più complessi esponendosi a molteplici fallimenti o esponendo altre persone verso cui si atteggia a counselor.

 

Psicoterapia: lo psicoterapeuta sviluppa nel cliente, rispettando il suo modo di vedere le cose, le abilità per riconoscere nei dettagli le indicazioni che vengono date dal labirinto stesso per trovare l’uscita, partendo dai dettagli più evidenti fino a quelli apparentemente più insignificanti ma non per questo meno importanti. Il cliente ingenuo è convinto che possano bastare i dettagli più evidenti, cioè di essere in grado di riconoscere tutti i dettagli anche dopo qualche mese dalla psicoterapia, così facendo si espone a fallimenti e invalida, con la sua sospensione della psicoterapia, il percorso psicoterapeutico fatto fino a quel momento, questo è l’errore di chi poi sostiene di non aver risolto nulla con la psicoterapia, ma se gli chiedete quante sedute ha saltato, ne avrà saltate parecchie. In questo caso di solito il cliente sottovaluta la necessità di continuità terapeutica . Inoltre  la lunghezza o brevità di una psicoterapia sono soggettive e non le può valutare il cliente stesso. Lo psicoterapeuta non può decidere a priori quanto debba durare una psicoterapia, se uno psicoterapeuta ha la pretesa di stabilire la durata di una psicoterapia probabilmente sta facendo sostegno psicologico e non psicoterapia.

 

Gli ordini ballano sulla salute della gente ignorano la necessità di definire un “mercato” capace di generare reddito per gli psicologi e svendono la psicologia?

SchultzCon l’involuzione intellettuale prodotta dalla riforma universitaria del ministero “Moratti” (lauree triennali)e la degenerazione culturale prodotta dalle varie decretazioni del governo Monti (legittimazione dei counselor) che in qualche modo hanno coinvolto gli psicologi, da qualche anno si assiste a un proliferare di teorie psico qualcosa, sia di origine accademica che di origine individuale .

Dopo la riforma del 1989 la psicologia si trovava ad impegnarsi su un piano professionalizzante; negli anni ’90 la formazione accademica era molto impegnativa e vedeva per esempio in Università come Torino solo il 10% di studenti laurearsi rispetto gli immatricolati, senza che venisse istituito il numero chiuso.

A cosa serviva un iter di studio così complesso, impegnativo e approfondito dal punto di vista epistemico e così ampio nella trattazione di tutti gli orientamenti psicologici che si erano sviluppati nel ventesimo secolo? Di certo non serviva a scegliere l’orientamento più adatto allo studente, in quanto venivano presentati tutti gli orientamenti come validi e obbligavano lo studente ad integrare tutti gli approcci, pertanto i percorsi universitari degli anni ’90 fornivano “molteplicità d’approccio psicologico” e correttezza logica e scientifica nel comprendere ciascun aspetto, alla fine ne uscivano psicologi con una consistente formazione che però non trovavano un “mercato professionale” tutelato dall’Ordine degli psicologi che permettesse ai nuovi psicologi di generare reddito.

Quello che hanno trovato gli psicologi degli anni ’90 è stata una sempre più diffusa tendenza a continuare a generare reddito con i neo-laureati in psicologia, da parte di molteplici psico-formatori, attraverso scuole di specializzazione in psicoterapia, ed ora tramite corsi formativi obbligatori, di fatto le istituzioni ordinistiche hanno favorito e giustificato un mercato psicologico formativo, oneroso per i neopsicologi, e non tutelativo del mercato professionale degli psicologi, questa è solo una questione economica? A mio parere no.

L’Ordine degli Psicologi, procedendo su questa strada “auto-fagocitante” ha favorito il quintuplicarsi del numero degli psicologi italiani, fino a generare un numero pari a un terzio di tutti gli psicologi europei e un decimo di tutti gli psicologi mondiali, senza mai, a differenza di tutte le altre professioni, definire il “mercato professionale” degli psicologi, ed a oggi continuano a giustificare che: le competenze più pertinenti agli psicologi, vengano distribuite su altre professionalità sempre attraverso un florido mercato di corsi rapidi semplicistici offerti ai vari “psico-qualcosa” e molto spesso tenuti da altrettanto “psico-qualcosa” (senza una laurea in psicologia), fino ad arrivare a corsi universitari in psicologia tenuti da un 80% di “psico-qualcosa”.

Tutto questo genera qualche problema alla salute collettiva?

A mio parere si per esempio l’enfasi sulla questione “autostima” produce dei narcisisti, i narcisisti hanno bassa capacità empatica, pertanto sono inclini a comportamenti crudeli senza rendersene conto, e infatti abbiamo un aumento dell’aggressività sociale e un proliferare di fenomeni sadici: “mobbing”, “stalking”.., oppure certe modalità prescrittive in stile “comportamentistico”, denominate spesso in modo inadeguato “cognitivo-comportamentale”, queste esonerano il soggetto a riconoscere il processo causale e lo infantilizzano, vero se si ha obbedienza da parte del soggetto (chiamata inadeguatamente compliance) si ottengono risultati a breve termine, ma poi quali sono i costi dell’infantilizzazione che ne conseguono? Sono facili da immaginare: deresponsabilizzazione, dipendenza dalla prescrizione, e pertanto una certa tendenza alla sociopatia o quanto meno forte influenzabilità verso le strategie di marketing che sono seduttivo-prescrittive.

E la lista sarebbe molto lunga…

In conclusione, questa negligenza istituzionale, da parte dell’Ordine degli Psicologi, in termini di non definizione di un mercato professionale, sta molto probabilmente generando danni alla salute collettiva, in quanto permette che la professionalità psicologica sia estesa a persone (es medici, insegnanti, infermieri, counselor) che non hanno la competenza per esercitarla, in quanto non sono provvisti dell’iter formativo specifico: laurea in psicologia, tirocinio, esame di stato, specializzazione post laurea, in altre parole, definire l’iter formativo specifico dello psicologo, non è sufficiente se a ciò non segue un altrettanto seria definizione del “mercato psicologico”, mercato che vorrebbe se si segue la logica del buon senso, psicologi insegnare psicologia a degli psicologi e non chiunque insegnare psicologia a chiunque, se poi nascono fenomeni del tipo corsi contro l’ideologia del gender, non lamentiamoci, se poi chi li segue non sa riconoscere già nella nominazione “ideologia” qualcosa di ridicolo e illogico, io non penso che la psicologia debba essere ridotta a un “oggetto di vendita” proposto da chiunque su cui far convergere spot pubblicitari come quello sopra citato “ideologia del gender”, ritengo che le istituzioni abbiano grosse responsabilità in questo senso.

Perché tanta intolleranza nelle relazioni sul web?

Da quando si sono sviluppati i social net work il fenomeno dell’intolleranza anche verso pareri difformi, il desiderio di zittire sulla base di regolamenti auto proclamati, e certo autoritarismo tipico del comportamento infantile nell’adulto , è sempre più evidente nei contenuti proposti dai fruitori di internet.

L’elemento psicologico carente in questo processo è principalmente l’empatia.

L’empatia permette di comprendere meglio il punto di vista dell’interlocutore, mettendosi un po’ nei suoi panni, al fine di poter interagire e rispondere in modo più pertinente ai contenuti proposti dall’altra persona.

I canali con cui s’interpreta in modo empatico sono di tipo non verbale, tono e ritmo della voce, postura, espressione mimica ecc.., alcuni sono più abili ed esperti ad interpretare il non verbale ma in generale lo facciamo tutti in modo automatico.

Internet non permette la comunicazione non verbale, infatti le nuove generazioni hanno inventato un linguaggio parallelo per ovviare a questo problema: le emoticon.

Ma le emoticon non possono essere spontanee ed automatiche come invece avviene per il non verbale nel quotidiano, e pertanto spesso risultano dissonanti rispetto il verbale.

Pertanto che succede? Durante la conversazione solo verbale sul web (perchè non si tratta di esposizione letteraria) , viene avvertito a livello non consapevole, che il contenuto è di difficile interpretazione in quanto il non verbale non è presente, questo genera frustrazione e quindi pone l’emozione più sull’insieme delle emozioni attinenti la rabbia, questa emozione che deriva dalla frustrazione condiziona inconsapevolmente i successivi contenuti proposti dal soggetti, seguendo un catena di successioni verbali che via via perdono il senso del contenuto per dar luogo all’istanza emotiva che “non può essere zittita” attraverso l’elusione in quanto si tratta di una istanza emotiva e non cognitiva.

In realtà la cosa è molto più complessa, ma ho voluto divulgare questa schematizzazione nella speranza che possa essere utile a qualche lettore.

Psicologi fra libertà e rigore scientifico una prima sintesi storica.

Fra la fine dell’ottocento e i primi del novecento, si delinea in Europa una disciplina scientifica: la psicologia, un’alternativa scientifica non medica, all’approccio religioso che si occupa della realtà immateriale della coscienza.

In Italia con l’avvento del fascismo, le cattedre di psicologia nelle varie facoltà universitarie vennero eliminate a favore di un orientamento pedagogista-comportamentista. La psicologia in Italia, continuò a esistere in modo “clandestino”; per poi riemerge frammentata nei vari corsi di studi universitari, solo nel 1971 vengono istituiti i primi due corsi di Laurea in psicologia a Padova e a Roma. Nelle altre città italiane l’insufficiente offerta formativa in altri atenei continuerà ad essere rimpiazzata da diverse materie di studio di pertinenza psicologica all’interno di altri corsi di laurea (es: filosofia). Negli anni ’80 i vari psicologi sentirono la necessità di professionalizzare il lavoro dello psicologo proprio per evitare le varie “psicologie del senso comune” più o meno fantasiose dal punto di vista psicologico, inteso in modo più rigoroso.

Nel 1989 venne ottenuta l’istituzione dell’Ordine degli psicologi, e gli psicologi si diedero un ordinamento della professione rigoroso e scientifico, ciononostante in parallelo a tutt’oggi continua ad esistere una realtà meno seria “lo psicologo fai da te” della psicologia del senso comune, che snobba la pretesa degli psicologi di dare alla psicologia una struttura culturale e professionale scientificamente autorevole, di rendere l’universo “psi” una questione di salute e non di “salvezza dell’anima” basata sulla fede, di considerare la realtà “psi” come una realtà immateriale, il cui approccio debba però essere scientifico, di considerare l’oggetto di studio psi secondo un ottica di massimo rispetto (ogni soggetto è differente dall’altro) non tanto per motivi moralistici ma per motivi scientifici, concetto basato sul principio di indeterminazione di Heisenberg. Questo significa che ogni strategia relazionale di tipo manipolativo viene messa al bando dagli psicologi come “modalità non psicologica” ma pertinente alle relazioni umane, talvolta con rischi “patologizzanti”.

Il codice deontologico degli psicologi afferma in vari punti l’obbligo del rispetto delle idee, orientamenti sessuali, segretezza delle informazioni ricevute, e questo in molti articoli.

Tale tutela della differenziazione individuale precisata dal codice deontologico degli psicologi, ha non solo motivi di correttezza professionale , ma poggia soprattutto sull’evidenza che la salute psichica di un soggetto si fonda principalmente sul rispetto e la scoperta della sua vera e autentica natura identitaria.

Questo si evince anche dalla natura psicopatologica di molti disturbi psichici: scissione dell’io, dissociazione, derealizzazione, reattività emotiva eccessiva, tutti disturbi alla cui origine c’è il mancato rispetto da parte del contesto, della natura identitaria della persona, sia che questo avvenga attraverso modalità manipolative sia a causa di traumi psico-emotivi di natura improvvisa o continuativa.

Questo non significa che il rispetto dell’identità di una persona debba considerarsi una sorta di “demoralizzazione” , la coscienza etica , è ritenuta in psicologia una parte della realtà psichica.

Biocentrismo, di Robert Lanza Bob Berman , la coscienza materiale? Critica al biocentrismo e alle seduzioni linguistiche della scienza.

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Nel 2009, viene pubblicato il libro di Lanza/Bernam, in cui sono elencati 6 principi su cui si basa la loro teoria sul biocentrismo cito dal testo:

a)PRIMO PRINCIPIO DEL BIOCENTRISMO Ciò che noi percepiamo come realtà è un processo che coinvolge la nostra coscienza.

 b)SECONDO PRINCIPIO DEL BIOCENTRISMO Le nostre percezioni interne ed esterne sono intrecciate. Sono due facce della stessa medaglia e non possono essere separate.

c)TERZO PRINCIPIO DEL BIOCENTRISMO Il comportamento delle particelle subatomiche – e per estensione di tutte le particelle e di tutti i corpi – è indissolubilmente connesso alla presenza di un osservatore. Senza la presenza di un osservatore cosciente, esiste solamente uno stato indeterminato di onde di probabilità.

Quando lanciate insieme due sassolini in uno stagno, l’onda prodotta da ciascun sassolino incontra quella dell’altro e produce una sequenza di innalzamenti e abbassamenti del livello dell’acqua rispetto alla normale situazione di quiete. Alcune onde si rinforzano, una con l’altra, per esempio quando si incontrano due creste, altre invece si cancellano reciprocamente, per esempio quando una cresta si incontra con una valle.

d)QUARTO PRINCIPIO DEL BIOCENTRISMO Senza la coscienza, la cosiddetta «materia» rimane in uno stato indeterminato di probabilità. Ogni universo precedente a un atto cosciente è esistito solo in uno stato probabilistico.

 il fisico John Wheeler da poco scomparso (nacque nel 1911 ed è morto nel 2008), che coniò il termine «buco nero», postulò quello che ora viene chiamato «principio antropico partecipatorio», o PAP (dall’inglese partecipatory anthropic principle), secondo cui gli osservatori sono necessari per l’esistenza dell’universo.

 e)QUINTO PRINCIPIO DEL BIOCENTRISMO La reale struttura dell’universo è spiegabile solamente attraverso il biocentrismo. L’universo è finemente accordato per la vita, e tutto torna perché è la vita che crea l’universo, non il contrario. L’universo è semplicemente l’estensione della logica spazio-temporale del sé.

f)SESTO PRINCIPIO DEL BIOCENTRISMO Il tempo non possiede una vera e propria esistenza al di fuori della percezione sensoriale animale. È il processo attraverso cui percepiamo i cambiamenti dell’universo

A mio parere il problema principale della teoria è che: senza una definizione chiara di coscienza, si afferma che la coscienza è una realtà materiale.

Un altro problema è che nel libro si afferma che la coscienza debba essere compresa da biologi, fisici, astronomi, con esclusione degli psicologi e degli psicoterapeuti dall’ipotetica equipe di studiosi “dell’ottica bio centrica della coscienza”.

L’errore/orrore principale è quello di ignorare l’esistenza di realtà immateriali, che noi psicoterapeuti sappiamo costituire quasi tutta la realtà della coscienza, un altro errore è quello di ignorare la realtà dell’inconscio, ovvero di quella parte di realtà immateriale che non sempre appare alla coscienza .

Il fatto che tutto sia riducibile a “energia” non spiega il contenuto dei pensieri, l’intensità delle emozioni, la relazionabilità degli affetti, e vari fenomeni della coscienza (e dell’inconscio) ma semplicemente dice che uno strumento rileva che delle attività elettriche (psichiche?) siano presenti o non presenti in quella parte del cervello, e lo strumento è interpretato da un osservatore molto limitato (l’essere umano) che ha una modalità osservativa egocentrica anche se condivisa da altre persone con lo stesso sistema percettivo sensoriale.

Per esempio lo sperimentatore vuole capire la realtà del movimento. Si trova sul pianeta terra che gira attorno alla propria asse a circa 1500 km-h e ha una velocità orbitale di 110.000 km-h circa. Questo movimento lo sperimentatore non lo percepisce, egli si sente fermo su un punto della terra e percepisce solo il movimento da un punto all’altro, che percezione del “fenomeno movimento” avrà lo sperimentatore? Una percezione reale? No solo una percezione ego-riferita, limitata alla sua modalità percettiva.

Per esempio in un altro punto del libro si parla di “libero arbitrio” concetto dottrinale-religioso, riferito alla questione etica, ovvero riferito a ciò che viene definito “buono o non buono” (scusate la semplificazione), ma l’autore fa riferimento alla volontà, ma la volontà, che è una delle tante realtà immateriali della coscienza non ha una caratteristica procedurale, la volontà o c’è o non c’è, la proceduralità deriva dall’attività cognitiva per esempio della pianificazione, la pianificazione non è la stessa cosa della volontà.

Molte sono le confusioni che fanno gli autori quando s’addentrano nel tema della coscienza, avrebbero potuto scrivere questo interessantissimo libro assieme a uno psicologo o assieme uno psicoterapeuta con buona esperienza sul campo, e invece no così scrivono:

“Attualmente, le discipline della biologia, della fisica, della cosmologia e di tutte le loro molteplici ramificazioni di solito vengono studiate da chi sa poco o niente delle altre. C’è bisogno, invece, di un approccio multidisciplinare per raggiungere risultati proficui che includano il biocentrismo.”

Il problema, dicono, è che le varie discipline “materialistiche” sono troppo specialistiche, e… studiare una realtà immateriale come la coscienza solo dal punto di vista materialistico? Questo non è un problema per il buon esito della teoria?

Mi aspetto che, questa sia la premessa, dopo il disastro della chimica (psicofarmaci) per la cura dell’anima, per una nuova proposta disastrosa per la cura dell’anima, quella fisica, che magari cura con interferenze elettromagnetiche così d’assicurarsi un altro buon business per altri 100 anni.

Psichiatria: la fabbrica della follia.

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La fabbrica della follia
Nel secolo scorso, lo svedese Arvid Carlsson osservò che il morbo di Parkinson era determinato da una carenza di dopamina in una determinata zona del cervello (la via nigro-striatale del sistema extrapiramidale); da questa osservazione, con grande superficialità, gli psichiatri dedussero, senza mai dimostrare nulla, che i farmaci anti dopaminergici curavano la schizofrenia perché riducevano la dopamina nel cervello.
Lo avevano dedotto solo perchè questi farmaci antidopaminergici inducevano una forma di parkinsonismo (tremori in assenza di movimento), se questi farmaci toglievano i deliri, poichè poi producevano tremore (sintomo del Parkinson) i deliri erano secondo gli psichiatri, causati dall’eccesso di dopamina, ma semplicemente questi farmaci bloccavano ogni tipo di ideazione, il cervello ha funzioni specifiche per via dei circuiti neuronali e non per i tipi di mediatori che sono presenti nel cervello (dopamina, serotonina ecc)
Fu nel 1967 che Jaques van Rossum formalizzo (a suo parere scientificamente ma con un numero interminabile di fallacie logiche) che l’eccesso di dopamina nel cervello causava la schizofrenia.
Ipotesi mai abbandonata dalla maggior parte degli psichiatri, ancor oggi in auge che legittima l’uso anche massiccio di farmaci detti antipsicotici, come per esempio il Serenase, sintetizzato nel 1958 dal Belga Paul Jansen ad oggi il neurolettico più prescritto al mondo.
In realtà già negli anni settanta, questa ipotesi di Jaques van Rossum si rivelò falsa, lo evidenziò Whitaker (USA) che pubblicò sull’organo governativo di ricerca, l’esito dei dati in cui emergeva che i pazienti non trattati con psicofarmaci venivano dimessi prima (recessione spontanea dei sintomi psicotici) e in numero minore andavano incontro a ricadute psicotiche entro l’anno.
Un altro psichiatra americano, dimostrò che la schizofrenia aveva più probabilmente un origine sociale (e psico-traumatica) lo fece creando delle unità abitative di sei schizofrenici in un clima di elevata empatia relazionale, e ottenendo a due anni di distanza un numero significativamente più basso di ricadute psicotiche rispetto al gruppo di controllo di pazienti trattati con psicofarmaci.
Verso il 1977, in Montreal due medici: Guy Chouinard e Barry Jones dimostrarono che gli antipsicotici bloccando sino al 90% i recettori dopaminergici D2, nel cervello, inducevano nel cervello un aumento dei recettori D2 post sinaptici (contrasto biochimico del cervello per vanificare l’azione del farmaco) rendendo il cervello più sensibile alla dopamina, ovvero inducendo assuefazione, e questo come si può chiamare cura della schizofrenia? Se esso stesso potenzia l’effetto della dopamina?Infatti i dosaggi dovevano via via essere aumentati. In definitiva l’alloperidolo (Serenase) è un produttore chimico di psicosi installato nel cervello, appena lo sospendi i sintomi riemergono più acuti di prima.
Anche l’OMS valutò l’esito delle cure psichiatriche con gli psicofarmaci, diffondendo i risultati del 1978: in India e Nigeria due terzi dei pazienti aveva esiti favorevoli (dove solo il 16% si curava con psicofarmaci) nei paesi occidentali solo un terzo ( due terzi assumeva antipsicotici).
Chakos Madeson Gur (USA) dimostrarono che gli antipsicotici aumentano il volume dei nuclei della base e del talamo (le emozioni negative vengono intrappolate senza poter uscire) e diminuiscono i volumi dei lobi frontali (ideazione astratta , volizione, etica) quindi non è la schizofrenia che deteriora cognitivamente ma i farmaci, la perdita del controllo pulsionale è dato dall’ipotrofia dei lobi frontali, cioè dalla cura!
Praticamente l’idea kraepeliana di fine ‘800, che la schizofrenia porta a demenza, viene affermata producendola con sostanze chimiche? La profezia si auto avvera.
Nel 2008 Nancy Andreasen un neuroscienziato americano, afferma senza ombra di dubbio che : quanto maggiore è stato il dosaggio dei farmaci tanto maggiore è stata la perdita di tessuto cerebrale.
Nel 2007 Martin Harrow, dopo uno studio di 15 anni evidenzia i seguenti esiti: dei pazienti non trattati farmacologicamente il 40% era guarito il 50% lavorava, mentre fra i pazienti trattati con i farmaci solo il 5% era guarito e il 64%aveva ancora una sintomatologia psicotica.
Tutto questo è sempre stato più che evidente, almeno per quanto mi riguarda già lo avevo evidenziato alla fine anni ’90, ma la risposta degli psichiatri, mi veniva riportata anche sulla Gazzetta di Mantova, e fu: che i miei erano solo pregiudizi nei confronti degli psicofarmaci, il problema è che il sistema ospedaliero è un sistema chiuso di tipo feudale, la psichiatria ne è l’apice.
Nulla è cambiato da quando cercavo di spiegare perchè gli psicofarmaci potevano solo peggiorare la sintomatologia psichiatrica, in quanto essa stessa era l’espressione estrema di un tentativo di riparare, quasi oniricamente, profonde “ferite” psichiche che il soggetto aveva subito e talvolta inflitto. Ma ancora sono perplessa circa il giustificazionismo e l’indifferenza che aleggia su tanto sadismo. Mi consola però leggere una pubblicazione da parte di uno “psichiatra riluttante” Piero Cipriano, da cui ho tratto alcuni dati. Ma nessuna ammenda da parte dell’attuale psichiatria può essere più credibile dopo l’illusione basagliana. La mente e la coscienza non sono di competenza medica, la storia dei vari abbagli e insuccessi lo dimostra, ma forse serviranno altri 15 anni per poter vedere questa ovvietà scritta da qualche altro psichiatra riluttante, con il solito seguito: il nulla.

L’insostenibilità scientifica della tesi dello squilibrio chimico nella depressione.

psicofarmaciChe la questione dello squilibrio chimico nei problemi psicologici sia un’assurdità scientifica è da tempo che in molti lo dicono, ma per esemplificare questo concetto possiamo evidenziare l’aspetto del dolore, la sua intensità o meno e le strutture anche serotoninergiche che lo modulano.

In sintesi: nel “circuito nervoso” dei “neuroni dolorifici” del midollo spinale sono presenti anche sinapsi serotoninergiche, i cui assoni si collegano anche ad un altro circuito neuronale implicato nella percezione del dolore fisico, sempre con sinapsi serotoninergiche: il nucleo rafe magno, a livello del bulbo, quindi la parte appena sotto il cervelletto, non si tratta di connessioni corticali o limbiche dove sono presenti elaborazioni ideiche o affettivo/emotive, ma di strutture per l’elaborazione sensoriale del dolore fisico, il dolore fisico aumenta con l’aumento dell’attività serotoninergica in queste sinapsi, se ti bruci un dito e il dito ti fa male, a livello spinale e bulbare vi sono anche sinapsi serotoninergiche che te lo dicono.

Quindi uno psicofarmaco, detto antidepressivo, perchè capace di attività serotoninergica (quanto dichiarano le imprese farmaceutiche), al momento di una certa concentrazione nel sangue andrà un po’ ovunque, anche a livello del midollo spinale e del bulbo, o no? E che c’entra il midollo spinale o il bulbo con la depressione?

Nessuno psicofarmaco vanta la selettività che si dice avere, e nemmeno la specificità in quanto: i circuiti neuronali la cui integrazione è molto complessa, possono funzionare per funzioni differenti, con gli stessi mediatori chimici, ed è la concentrazione o meno di questi mediatori chimici a livello sinaptico, che da un effetto o l’altro, non la sua presenza ovunque, e in ogni caso un farmaco assimilato e presente in concentrazioni differenti nel sangue, a secondo del metabolismo di una persona non può essere controllato in termini di concentrazione sinaptica e nemmeno è possibile dire a una molecola di andare dove vogliamo che vada.

Quindi se con l’assunzione di antidepressivi aumenta il dolore, questo potrebbe essere un effetto secondario dell’antidepressivo che così specifico per la depressione non è.