dr Carla Foletto Psicoterapeuta

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L’imitazione neonatale non è presente fin dalla nascita.

imitazione_fig_vol1_005190_001Le evidenze emerse con le ricerche sull’apprendimento e relativa modifica dei circuiti neuronali, ricerche sull’Aplisia, un mollusco con assoni neuronali così grossi di diametro da permettere la misurazione del potenziale d’azione, e nemmeno le evidenze sulla plasticità neuronale, con recuperi neurologici, evidenti anche sugli umani, in caso di lesione, non sono bastate a dare uno stop alla vecchia idea di considerare la psiche e il sistema nervoso in modo statico, immutabile, predefinito.

La moda scientifica, sui neuroni specchio, ha fatto rinascere le vecchie concezioni di localizzazione e fissità della psiche, tale moda scientifica si sta affermando anche a livello accademico, anche con argomentazioni sulla cosi detta “cognizione sociale” umana, e si avvale di tali concezioni, in cui esisterebbe, fin dalla nascita, la “caratteristica immutabile” per una determinata attività socio-cognitiva imitativa, cioè nel singolo neurone, con specifica differenziazione funzionale che nel neurone specchio è la funzione motoria.

Secondo l’ipotesi specchio, i neuroni hanno fissità funzionale, per esempio nell’area F5, la funzione motoria del neurone è sia che si esegua un movimento sia che si veda eseguire lo stesso movimento, quindi sarebbero organizzati in aree specifiche e statiche, adiacenti alla zona della fronte (aree prefrontali) in modo da organizzare una mappa cerebrale che sarebbe stata confermata anche negli uomini dalla fRMI, tecnica che però, ultimamente si è mostrata fallace a causa dei software che utilizza, in altre parole, secondo la teoria specchio la corteccia cerebrale sarebbe come una cartina geografica, con confini statici e definiti.

La funzione neuronale sarebbe quindi specifica, localizzata a livello del corpo cellulare e immutabile, quella determinata cellula potrebbe svolgere solo quella funzione, anche se si tratta di funzione doppia “esecuzione-osservazione” di una funzione motoria.

Sul versante opposto noi cognitivisti storici, abbiamo sempre sostenuto, che l’attività neuronale è mutevole (plasticità neuronale) dinamica (possono essere utilizzati percorsi neuronali diversi per una stessa funzione cognitiva), polifunzionale (dallo stesso corpo cellulare possono passare potenziali elettrici per diverse azioni psichiche), e che sono le sinapsi, quindi i collegamenti neuronali, a determinare l’attività psichica e non lo specifico neurone, tranne in rari casi, più attinenti con la risposta endocrina.

Il neonato nasce con un numero di corpi cellulari almeno 10 volte maggiore, ma meno connessi fra di loro,  rispetto l’età adulta, età adulta che consideriamo come confine dello sviluppo più massiccio ed esplicito, in quanto il SNC si modifica, meno ma si modifica, fino alla fine della vita, il neonato attraverso l’esperienza già dai primi mesi consolida delle sinapsi quindi dei circuiti neuronali, e sono i percorsi fatti dal potenziale elettrico neuronale a caratterizzare il tipo di attività psichica e pertanto intangibile, e non i corpi cellulari o le attività cellulari che garantiscono solo che alcuni circuiti neuronali differiscano da altri (esempio sintesi dei mediatori sinaptici).

Anche dal punto di vista antropologico, la modalità comunicativa delle emozioni differisce da gruppo a gruppo a secondo delle abitudini sociali presenti nel gruppo d’appartenenza.

Pertanto è improbabile che possa esistere un modulo di imitazione innato basato sui neuroni specchio, come sostengono Giacomo Rizzolati, Leonardo Fogassi e Vittorio Gallese, neuroscienziati di Parma, come tra l’altro dimostrato in questa ricerca pubblicata il 5 maggio 2016, di: Janine Oostenbroek (docente universitaria della Psicologia dello Sviluppo presso autorevole Università Inglese) Thomas Suddendorf Mark Nielsen Jonathan Redshaw Siobhan Kennedy-Costantini Jacqueline Davis Sally Clark Virginia Slaughter, ricerca fatta su 106 neonati testati in 4 tempi diversi (1-3-6-9 settimane di vita), in cui è stato dimostrato con un campione certamente più ampio, la casualità della risposta mimica nei neonati.

Un dettaglio non trascurabile è che la ricerca è stata fatta in Australia, dove la popolazione ha derivazioni etniche eterogenee e solo il 31% afferma di avere origini anglosassoni.

Pubblicazione  citata anche  in un articolo da Maurizio Rossetti

Ma allora cosa hanno trovato i teorici dei neuroni specchio?

Semplice hanno trovato quello che cercavano, la loro convinzione potrebbe averli portati a: favorire, predisporre, assemblare, in una sorta di “profezia che si autoavvera” una realtà costruita sulla base dei soliti “pregiudizi scientifici”, che proiettano il proprio stile cognitivo: stabilità, ripetibilità,  definizione anatomica e funzionale di un organo, sulla realtà osservata, e questo impedisce di vedere la realtà, per quanto sia possibile con la nostra limitatezza percettiva, per quello che è.

Pertanto dalla ricerca di di Janine Oostenbroek e collaboratori, si deduce che lo sviluppo dell’inter-soggettività non può essere ricondotto a schemi di comportamento imitativi e automatici di tipo comportamentistico tipo: stimolo-risposta, ma è essa stessa il risultato di interazioni molto più complesse, su base soggettiva, esperienziale, contestuale, che favoriscono lo stabilirsi e il modificarsi di volta in volta, le connessioni,  di una sofisticata rete neurofisiologica.

fRMI e teoria specchio 70% di errore di misurazione.

mappa-di-internetNel precedente articolo: “validità dell’indagine dei neuroni specchio sugli uomini con fMRI” ho esposto in modo sintetico e divulgativo, quanto sono approssimativi i criteri con cui viene interpretata “l’attività nucleare degli atomi” in fRMI per dedurre l’attività di “specifiche aree” del cervello.

Proprio ieri leggevo un altra evidenza su questo: il 12 febbraio 2016, Anders Eklund, Thomas E. Nichols, and Hans Knutsson hanno pubblicato, su Prooceedings of the National Academy of Sciences of the U.S. of America, una rivista scientifica autorevole, un loro lavoro su circa 500 soggetti. Tale lavoro scientifico di validazione sul procedimento statistico in fRMI, ha controllato la validità di principali software di fRMI per produrre le immagini su monitor che interpreterebbero i segnali in uscita al fine di “mappare” l’attività cerebrale.

Tale studio dichiara che l’errore statistico che dovrebbe essere non superiore al 5%, in realtà si aggira attorno al 70%, quindi un qualche processo causale viene prodotto dal software stesso, che va a interpretare in modo errato (ridondante), ciò che viene rilevato come “attività cerebrale”, anche quando non c’è.

Questo significa che la costruzione della “teoria specchio” (cosi detti neuroni mirror) che si basa sulle “evidenze” delle fRMI sugli uomini, ha dubbio fondamento.

Del resto è noto che l’approccio riduzionistico, che si è sempre rivelato deficitario per lo studio del cervello, non spiega in modo corretto il funzionamento cerebrale.

Le evidenze scientifiche attuali, non manipolate, portano a dedurre che si il cervello abbia un funzionamento basato sulla multifunzionalità neuronale, quindi esisterebbero ben poche aree o neuroni specifici ( i neuroni mirror non sarebbero altro che neuroni polifunzionali come la maggior parte dei neuroni ) organizzati in circuiti neuronali, la specificità dell’ideazione cerebrale (pensiero, emozioni, affetti, comportamenti) deriva dal percorso fatto dallo “stimolo elettrico del cervello” (potenziale d’azione) e non dalla “caratteristica istologica” o neuronale del singolo neurone (funzione della cellula).

La “teoria specchio”, cerca di validare le registrazioni fatte sui macachi (di dubbia validità scientifica a causa della loro invasività) attraverso fRMI sugli uomini, ma i software di queste “immagini” producono errori del 70%, davvero un’enormità, da ciò ne deriva che non può essere valida, per esempio non può essere inferito che i neuroni motori siano: neuroni empatici, e che l’empatia sia specifica di specifiche cellule motorie, tutto questo ha un suo margine di assurdità davvero elevato.

Concludendo se la “teoria specchio” si basa sugli studi con brain neuroimmaging, e i software delle varie fRMI si sono mostrati inaffidabili, la “teoria specchio” non ha per il momento alcun fondamento scientifico, almeno dal punto di vista della psicologia scientifica, per le altre discipline: pedagogia, filosofia, biologia, etologia, medicina, che sono gli attuali ricercatori (le lauree degli attuali ricercatori) facenti parte dell’equipe sulla ricerca dei neuroni specchio, i fondamenti possono anche esserci, ma questo potrebbe essere un esempio di interdisciplinarità non corretta in quanto è assente la necessità di avere dal nucleo forte di pertinenza all’oggetto di studio su cui si fa ricerca, cioè ci dovrebbe essere un numero congruo di psicologi nell’equipe, ma formati da psicologi e non da non psicologi (vedi problema delle LM i cui docenti con laure in psicologia sono il 20%).

Validità dell’indagine dei neuroni specchio sugli uomini con fMRI.

fmri-brain_tSpesso i teorici dei neuroni specchio utilizzano per validare la loro teoria, studi con risonanza magnetico funzionale fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging), tale sistema viene utilizzato con il tentativo di rafforzare e avvalorare la teoria dei neuroni specchio dopo le note sperimentazioni sui macachi.

In sintesi l’fMRI consiste nel sottoporre la persona a un forte campo magnetico statico, che causa l’allineamento degli spin dei protoni (cariche elettriche degli atomi), i quali si allineano parallelamente o antiparallelamente, questo perché gli spin protonici iniziano a ruotare sul proprio asse. Fornendo energia a livello atomico alla “stessa frequenza” (risonanza) otteniamo che dopo l’impulso dato, i protoni tenderanno a tornare allo stato iniziale (questa variazione è ciò che si rileva e interpreta).

Tramite una bobina si misura la magnetizzazione del piano perpendicolare, al campo magnetico principale, relativa un solo tipo di atomo, per esempio l’ossigeno, (ma si può fare anche per altri atomi, idrogeno, sodio, fosforo) poi tramite un software si traduce il segnale ricevuto in immagini che sono il risultato di “una media del fenomeno misurata in “x” tempo”.

Nel caso la misurazione riguardasse l’ossigeno avremmo come immagine visiva sul monitor, l’aumento o la diminuzione del flusso del sangue ossigenato, anche di piccoli vasi sanguinei (capillari) per il prevalere dell’atomo di ossigeno legato all’emoglobina (più ossigeno più attività rilevata), ma è chiaro che l’ossigeno è un componente molecolare anche di altri tessuti diversi dal sangue.

L’assunto è che dove viene richiamato più ossigeno dev’esserci una maggiore attività neuronale, quindi dove c’è più flusso sanguineo c’è più attività “elettro-neuronale”(potenziale d’azione), quindi più attività cognitiva specifica, assunto discutibile.

In realtà il sangue ossigenato, viene richiamato anche per altri motivi, infiammazione, riparazione dei tessuti, crescita neuronale e in tutti i processi metabolici in genere (sintesi proteica, formazione o liberazione dell’energia cellulare) quindi non solo in caso di attivazione neuronale (potenziale d’azione).

Anche si rilevasse la “magnetizzazione” di altri atomi, sempre di misurazione indiretta si tratta, quindi questo non ci dice nulla della specifica attività del neurone: depolarizzazione? Metabolismo? Plasticità neuronale?

E poi a quale fine? Quello di inventare una mappa di funzioni cerebrali per tornare a una sorta di frenologia ottocentesca? E’ questo in modo da far credere di aver dimostrato la localizzazione dei neuroni specchio, e la loro funzione specifica magari una sorta di attivazione dell’empatia in area F5?

Ma com’è possibile tutto questo se ad oggi il modello teorico più sostenibile, di interpretazione del funzionamento neurale, è quello dei “circuiti/reti neurali”?

Perché tornare ancora alla vecchia idea delle aree specifiche per determinate specifiche funzioni, solo per affermare la teoria dei neuroni specchio in modo frenologico?

Molto più semplicemente, il fenomeno osservato chiamato “neuroni specchioriguarda una già nota “polifunzionalità” neuronale, che di per sé spiega come non si possa intendere il funzionamento del cervello in termini di “specifiche aree= specifiche funzioni”, ma solo in termini di “circuiti neuronali” attivanti o disattivanti il propagarsi dell’impulso neuronale, senza alcuna specificità anatomica o biochimica, per quanto riguarda la correlazione ideativo-funzionale , in altre parole né il “il pensiero” né l’attività emotiva, né l’attività affettiva (empatia), hanno una qualche attivazione di una qualche specifica area.

Diverso è il funzionamento neuro-vegetativo, ormonale, immunologico, che non va confuso con il funzionamento ideico-affettivo-emotivo, pur avendo indubbie influenze reciproche.

Inoltre non va sottovalutato che la rilevazione dei segnali fMRI, non è accurata quanto dovrebbe per misurare dei tempi di variazione in millesimi di nanosecondi, che sono i tempi di trasmissione dell’impulso nervoso.

Sono stati dimostrati anche non validi (falsificabilità) e non attendibili, la maggior parte dei modelli teorici su cui si basa la risonanza magnetica funzionale, a causa della sua enorme imprecisione.

Quindi se già il metodo utilizzato sui macachi da: Rizzolati, Gallese, Fogassi e il gruppo di ricercatori pro “neuroni specchio” di Parma, ha dubbia scientificità a causa della sua eccessiva invasività e imprecisione, come è possibile dimostrare la validità degli assunti circa la teoria dei neuroni specchio, attraverso la fRMI sugli uomini, tecnica d’indagine non adeguata per rilevare l’attività neuronale di specifiche funzioni.

L’errore epistemico di fondo è sempre lo stesso: costruire o validare teorie in base allo strumento utilizzato, la fRMI mi rileva solo aree a maggiore concentrazione di un atomo (spin protonici), ma non rileva l’attivazione prodotta dai collegamenti dei neuroni fra loro (potenziali d’azione).

Metaforicamente è come se avessi uno strumento che mi fa una foto satellitare di laghi e mari sulla crosta terrestre, e questo mi portasse a una teoria di “autoproduzione locale di acqua” per spiegarne la formazione, ignorando, i corsi d’acqua che li collegano, gli eventi climatici (pioggia), la forza di gravità…, solo perché la foto satellitare non li può rilevare.

L’fRMI resta di indubbia validità per rilevare l’estensione o meno di alcuni gravi processi neuropatologici, per esempio l’estensione di una emorragia, l’estensione di una necrosi dovuta all’occlusione di un vaso, il riassorbimento o meno di liquidi dovuti a processi infiammatori e controllarne il processo di guarigione.

Concludendo la pretesa di poter validare la teoria dei neuroni specchio attraverso studi condotti sugli uomini con risonanza magnetica è senza dubbio senza fondamento.

P.s. L’obiettivo di questo blog è di tipo divulgativo pertanto i termini scientifici non sempre sono appropriati in quanto adattati alla comprensibilità di tutti (spero).

 

8 luglio 2016 fMRI, 15 anni di ricerche sul cervello da rifare
Un errore nei software usati per gli studi di risonanza magnetica funzionale potrebbe invalidare qualcosa come 40.000 articoli scientifici che si basano su questa tecnica di imaging.

 

http://www.focus.it/comportamento/psicologia/15-anni-di-ricerche-sul-cervello-da-rifare

 

 

Si eredita l’esperienza psicologica di violenza degli antenati non un dna malato, quindi è su questo che andrebbe fatta prevenzione.

La memoria esplicita, riguarda il ricordo cosciente di informazioni che riguardano persone, luoghi, e oggetti, essa collega la nostra vita mentale consentendoci di ricordare cosa, dove e con chi abbiamo svolto determinate azioni, durante i giorni, le settimane, i mesi gli anni precedenti.

Le strutture deputate alla memoria esplicita sembrano essere principalmente la corteccia prefrontale e l’ippocampo. L’ippocampo conserva le informazioni della memoria esplicita, a lungo termine, ma la conservazione finale di tutte le memorie, si ritiene sia nella corteccia cerebrale.

La memoria esplicita garantisce una memoria operativa che deriva da una persistente attività neurale (potenziale a lungo termine) della corteccia, in cui è implicata l’attività modulatoria del neurotrasmettitore: dopamina.

In alcuni neuroni corticali (es nei neuroni della corteccia entorinale) una breve stimolazione elettrica può produrre una scarica persistente, e una persistente attività riverberante fra popolazioni di neuroni eccitatori situati in diverse regioni cerebrali, analogamente fra popolazioni di neuroni differenti possiamo avere attività da sinapsi inibitorie.

Si tratta di un meccanismo feedback che modula l’impulso a secondo del circuito e non in relazione all’attività dei neurotrasmettitori (presenza o meno dei neurotrasmettitori nello spazio inter-sinaptico) o alla presenza o assenza dell’impulso eccitatorio, ma in base alla persistenza o meno di tale impulso nonché del circuito su cui si propaga e all’intensità minima necessaria.

La memoria operativa dipende anche dall’azione modulatoria della dopamina (D1) la quale risulta efficace per livelli intermedi di attivazione, un attivazione eccessiva (stress operativo) da luogo ad alterazioni della regolazione dopaminergica producendo deficit cognitivi (disturbi schizofrenici) quindi è sufficiente mettere un soggetto in una situazione di iper-stimolazione circostanziale in cui la memoria operativa va incontro a sovraccarico, per esempio dove la sequenza operativa risulta contradditoria e conflittuale (es mobbing) per avere degli effetti schizogeni sul soggetto.

Per fare un esempio pratico una personalità narcisistica, in una posizione di comando, potrebbe dare in continuazione indicazioni operative in una certa direzione, per poi giudicare negativamente il risultato dicendo che il processo operativo avrebbe dovuto essere interpretato differentemente, al solo scopo di mantenere una situazione di dominio, “senza merito” (maggiori abilità e competenze).

Questo dapprima attiva nei sottoposti, il circuito neuronale a livello intermedio, ma poi lo sovraccarica in modo persistente inducendo una maggiore crescita sinaptica (per esempio di circuiti in cui è coinvolta la dopamina) che però non darà luogo a una più complessa e veloce ideazione operativa, di maggiore efficacia, per il semplice fatto che a monte la personalità narcisistica metterà sempre in discussione l’operato del sottoposto che andrà incontro a un inevitabile, “riadattamento sempre più complesso ma inefficace” che produrrà disagio psichico, e potrà modificare l’espressione epigenetica del circuito neuronale coinvolto.

Tale stimolazione psico-socio-ambientale di tipo distruttivo, produce anche una memoria a lungo termine (ma di tipo operativo-disadattivo )che richiede modificazione epigenetica della struttura della cromatina, in quanto l’induzione del potenziale a lungo termine determina metilazione delle basi citosiniche che precedono i nucleotidi della guanina del DNA secondo un complesso procedimento bio chimico che reprime la trascrizione; l’esperienza socio-ambientale modifica la modulazione dell’espressione genetica, perché la proteina regolatrice di un gene strutturale non viene fosforilata e la trascrizione viene inibita.

Tali variazioni epigenetiche, nella metilazione possono essere mantenute durante la replicazione del DNA, in seguito all’attività di metiltransferasi di mantenimento del DNA e trasmesse di genitore in figlio.

Questo significa che le esperienze cognitive dissonanti dei genitori sono ereditabili dai figli, quindi che l’ereditabilità genetica per esempio: maggiore probabilità a sviluppare disturbi psichici, deriva da esperienze di violenze psichiche subite dagli antenati.

L’ippocampo riceve informazioni sensoriali multimodali e informazioni spaziali dalla corteccia entorinale, è un circuito importante per la memoria esplicita, e si attiva attraverso dei potenziali a lungo termine (fino a molte ore) che possono reclutare segnalazioni di secondi messaggeri diversi che modificano la liberazione del neuromodulatore, quindi non si tratta di produzione e concentrazione o meno di un neurotrasmettitore (ipotesi psicofarmacologica) ma di meccanismi più complessi di attivazione o inibizione di liberazione di un neuro trasmettitore in relazione a:

  • soglie di attivazione,
  • persistenza dello stimolo
  • e a dei circuiti che attivano o meno altri meccanismi biochimici di inibizione o rilascio del neurotrasmettitore a prescindere dalla concentrazione del neurotrasmettitore (o molecola simile/psicofarmaco) propagazione o meno dello stimolo assonale e in relazione alla capacità della protein chinasi A di fosforilare RIM1alfa, quest’ultimo aspetto è responsabile delle modificazioni sinaptiche responsabili dell’apprendimento associativo nel riflesso di retrazione nell’Aplysia e nell’apprendimento della paura dovuto all’amigdala nei mammiferi, questo da luogo al potenziale a lungo termine in cui la serotonina attiva l’adenilil-ciclasi facilitando il legame della norepinefrina ai recettori beta adrenergici, nulla che abbia una qualche attinenza neuro chimica per esempio con le benzodiazepine dette ansiolitici (che invece agiscono in modo indiscriminato sui GABA che hanno effetto inibitorio), ovvero definite come terapia farmacologica per diminuire la paura.

Da queste sintetiche sottolineazioni di natura neuro-scientifica si deduce che la prevenzione sulla salute psicologica in ambito lavorativo, familiare e sociale in genere non solo migliora la qualità della vita attuale di tutti, ma influisce anche su quella delle future generazioni.

In conclusione:

  1. ogni reazione individuale a una violenza psichica subita verrà ereditata dalle future generazioni.
  2. le nominazioni degli psicofarmaci presenti in commercio non corrispondono per nulla ai reali effetti sull’organismo, ma sono semplicemente nominazioni (es: “ansiolitico” “antidepressivo” “antipsicotico”) utili alla loro commercializzazione.
  3. la prevenzione circa la salute psichica ha effetti anche sulle future generazioni.

I pregiudizi scientifici sul cervello.

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Il cervello non è come una cartina geografica con confini specifici, invalicabili, ma è organizzato in aree e circuiti neuronali (collegamenti) che hanno funzioni specifiche e inter-connesse; sono in prevalenza i collegamenti che rendono specifica una funzione cerebrale, e non: presumibili confini di gruppi neuronali, e comunque gli stessi gruppi neuronali non hanno un’unica funzione ma più spesso funzioni simili fra loro.

Il metodo cito architettonico non può rappresentare la varietà di funzioni di tutte le regioni corticali (es: Brodman) e nemmeno i loro dettagli, ad oggi per esempio aree differenziate da Brodman in 5 sotto aree, sono state ri-suddivise funzionalmente in 35 aree.

Per esempio la “formazione reticolare” una regione del tronco encefalico, ha un aspetto cito architettonico, caotico, ma si è scoperto che è organizzata in modo dettagliato in base al tipo di neurotrasmettitore: serotonina, noradrenalina, dopamina e questa funzionalità neuronale in questo punto del cervello, non è riconducibile alla forma del neurone né al circuito, in definitiva non vi è un solo modo con cui funziona il cervello, ma dipende: a volte è in un modo a volte in un altro.

E’ difficile pensare che la biologia possa organizzarsi come se ci fossero delle nazioni con confini e centri di potere precisi, questo è stato un errore interpretativo degli scienziati che proiettavano sulla realtà che studiavano, a loro sconosciuta, delle realtà antropocentriche che stavano vivendo, come l’appartenere a uno Stato (es: Cesare Lombroso) .

I neuroni delle varie regioni e il sistema nervoso di tutte le specie animali sono molto simili fra loro, animali e umani hanno le stesse aree: quelle per le emozioni, gli affetti, le rappresentazioni cognitive, le sensazioni, gli schemi motori ecc.

L’idea che gli animali non provassero dolore, non avessero emozioni, e non fossero coscienti, fu un altro errore scientifico che proveniva da una posizione antropo-narcisistica, che voleva vedere l’animale umano come conquistatore di un potere assoluto sulla creazione in virtù di una speciale amicizia con il Creatore di tutto.

Anche in questo caso è difficile poter pensare che la biologia possa funzionare su basi “linguistico/simboliche” magari sulla base di qualche testo sacro tramandato nei secoli oralmente e poi in forma scritta.

Le aree corticali dei due emisferi sono funzionalmente simili, ciò che differenzia per esempio alcune zone dell’emisfero sinistro è l’utilizzo prevalente della mano dx per scrivere, questo è un aspetto culturale non biologico, è difficile da credere che dal “punto di vista della biologia” esista una destra e una sinistra, o che dal punto di vista della fisica esista un sopra o un sotto, ma molte teorie che si sono poste come scientifiche affermavano questo errore antropocentrico, scambiando il punto di vista dell’osservatore, come realtà fenomenica.

 Oggi è tramite la PET (topografia ad emissione di positroni) e l’MRI (risonanza magnetica per immagini) che possiamo analizzare le caratteristiche morfologiche del cervello, ma questo non significa che una rappresentazione ottica ci dica con certezza come funziona il cervello, vero che una forma piuttosto che un’altra avrà un senso nella dinamica complessiva del funzionamento cerebrale, ma probabilmente ogni fenomeno non è spiegabile solo visivamente per questo non vanno sopravalutate le interpretazioni basate solo sull’elaborazione di immagini, per evitare gli stessi errori che furono fatti nel passato da altri scienziati, ovvero scambiare l’osservatore (la nostra elaborazione visiva) con il fenomeno osservato.

Concludendo il nostro modo di studiare la mente e il cervello umano, per poter essere minimamente valido, deve liberarsi da pregiudizi scientifici basati su costrutti teorici tradizionali fallaci, ed essere consapevole delle tendenze antropocentriche, proiettive, autoreferenziali, narcisistiche dell’essere umano anche quando si pone come scienziato, solo in questo modo si può recuperare un po’ di “autorevolezza/credibilità” scientifica, approcciandosi con libertà e consapevolezza dei nostri limiti percettivi e interpretativi rispetto la realtà fenomenica che osserviamo, e nel caso del cervello è anche auto-