Religere la scienza, riduzionismo scientifico: la nuova alternativa alle religioni monoteiste. Clinici versus ricercatori.

Cercherò di essere il più breve e sintetica possibile; riguardo questo articolo scientifico
http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fnhum.2016.00379/full#B51 la prima perplessità che vorrei evidenziare, è la “modalità tomistica” di introdurre l’argomento; nella sua Somma Teologica, S Tommaso utilizzava questo metodo per convincere le persone dell’esistenza di Dio (parte sulla fede) , assumendo come premessa che poteva dimostrare l’esistenza di Dio, per poi dimostrarla portando citazioni decontestualizzate, di cristiani autorevoli, quali: S. Agostino e altri Padri della Chiesa, che accostate fra loro creavano la forma ideica voluta da S. Tommaso: Dio esiste e la Chiesa Romana detiene l’autorità.
Nello stesso modo in questo articolo vengono citati Kane, Crave, Hurt, Sass, Parnas, Jaspers, Feri, Morgan… per asserire che lo schizofrenico non è centrato perché non ha chiaro il senso di se stesso dal punto di vista corporeo, ovvio questa premessa è fondamentale per dire che non avendo chiaro il senso del sé corporeo: l’accuratezza nell’interocezione nello schizofrenico non può che essere bassa in particolare quando inizia ad avere sintomi di grandiosità, da questa premessa l’idea che i neuroni polifunzionali dell’area F5, chiamati specchio, siano coinvolti nella schizofrenia il passo è breve, ma allora che differenza c’è con l’approccio tomistico: “i neuroni specchio esistono” / “l’Università di Parma detiene l’autorità”?
E poi, proseguendo con la critica verso l’articolo, come viene misurata questa accuratezza?
Il campione è costituito da 17 maschi preumibilmente schizofrenici, sotto i 40 anni trattati con clorpromazina (antidopaminico) e 20 maschi sempre sotto i 40 anni presumibilmente sani. I ricercatori hanno registrato il battito cardiaco e a intervalli e hanno chiesto ai soggetti del campione di riferire il numero di battiti del proprio battito cardiaco, i 17 pazienti schizofrenici maschi, si sbaglierebbero più spesso rispetto i 20 maschi sani, in particolare quando manifestano senso di grandiosità: che si riferirebbe a un “auto-opinione esagerata, convinzioni irrealistiche di superiorità, tra cui deliri di abilità straordinarie, ricchezza, conoscenza, fama, potere, e la rettitudine morale”.
Scusate l’ironia ma a giudicare dai post di facebook siamo circondati da schizofrenici…
I ricercatori riferiscono anche che la precisione interocettiva sembrava essere compromessa in diversi disturbi psichiatrici, come l’anoressia nervosa, depressione maggiore, disturbi depersonalizzazione-derealizzazione, e disturbi d’ansia, tutti disturbi che da clinica mi sembrano riconducibili a modalità relazionali aggressive generatrici di emozioni difensive come la paura.
Inoltre sui dati ottenuti di 17 pazienti i ricercatori hanno fatto sofisticati calcoli statistici trovando in un campione così esiguo una differenza significativa nei pazienti schizofrenici, quindi non un centinaio di pazienti che casualmente costituiscono il campione, ma 17 pazienti omogenei per età e sesso!
I ricercatori sostengono che la clorpromazina non interferisce nell’accuratezza dell’interocezione (capacità di dire il numero esatto di battiti cardiaci contati fino a quel momento) ma non ci dicono su cosa basano questa loro affermazione dal momento che a chiunque verrebbe questo dubbio: inibendo i recettori D2 vengono inibiti di certo i recettori della corteccia somatosensoriale e motoria, non a caso questo tipo di trattamento psicofarmacologico con clorpromazina, se prolungato produce discinesie . I recettori dopaminici sono presenti ovunque, se vengono inibiti questo da luogo a una diminuzione delle sinapsi dopaminergiche quindi la rete neuronale che rappresenta il se corporeo va incontro a una riduzione di collegamenti, sarebbe interessante che i ricercatori svelassero il mistero secondo cui assumere degli inibitori della dopamina non influenzerebbero l’accuratezza dell’interocezione.
Ora da clinica, vorrei far notare, che a mio parere il problema principale, dei disturbi psichici è riconducibile all’incapacità dell’organismo di fermarsi a seguito di una attivazione: aurosal, determinata da una serie di interpretazioni psichiche sulla nocività di “stimoli” esterni, che normalmente generano l’emozione della paura.
Per quale motivo l’organismo vada in “sovraccarico” di catcolamine: tirosina, noradrenalina, adrenalina, dopamina, a volte senza riuscire a fermarsi, non è chiaro a nessuno, dal momento che questo compromette la capacità di organizzarsi in comportamenti efficaci per difendersi da eventuale aggressività ambientale, presunta o reale.
Di certo ancora non si è visto il “sadismo” entrare fra le psicopatologie riconosciute dagli psichiatri: DSMV, e lungi, da parte mia, dal pensare che i matti siano solo vittime, a volte sono loro stessi aggressori a cui è andata peggio.
In conclusione una minor accuratezza nell’interocezione, ammesso che ci sia, e che non sia casuale vista l’esiguità e omogeneità del campione patologico, può essere riconducibile a un aumento di emozioni negative come la paura, sarebbe interessante misurare questo aspetto in situazioni fortemente emotigene; che negli schizofrenici l’arousal sia cronicamente alto non è una novità, ma questo ci parla più di un mondo fatto di vittime e carnefici piuttosto che di psicopatologie la cui base possa essere genetica o anatomica, l’approccio riduzionista che afferma una sorta di fissità biologica, vuole ignorare l’evidente dinamica bio-psico-ambientale, nel tentativo di poter controllare ogni cosa forse come farebbe un “ossessivo-compulsivo”.
Riguardo l’eventuale fenomeno di una presumibile relazione fra grandiosità e accuratezza nell’interocezione, questo è ben noto in situazioni belliche dove l’emozione della paura di poter essere uccisi dal nemico, viene superata da idee di grandiosità, o: fenomeno sotto gli occhi di tutti, quello del fondamentalismo islamico che addestra i suoi martiri con idee di superiorità di ogni genere, quindi questo piccolo dato semplicemente conferma la relazione fra “comportamento disorganizzato” e elevata intensità emotiva della paura.
versus
Indubbiamente una buona ricerca scientifica non è facile da fare; e in campo psicologico è ancora più difficile perché l’osservatore e l’oggetto osservato coincidono, in altre parole l’oggetto osservato “la mente” coincide con “la mente dell’osservatore” pertanto auto ingannarsi è molto più facile in psicologia che in qualsiasi altra disciplina.
Sulla rete web sta circolando un episodio che si è verificato spontaneamente in ambiente urbano, in India, una scimmia rhesus, ha salvato un cucciolo di cane dall’attacco di un branco di cani, per poi prendersene cura e in un certo senso adottarlo:
Non è una caso raro altri comportamenti altruistici di animali verso altre specie di animali si sono verificati con una certa frequenza.
Una collega mi ha fatto notare come in questo caso l’empatia non fosse intraspecifica e infatti è più probabile che l’empatia sia collegata allo sviluppo di un proprio codice etico piuttosto che attivata da una identificazione automatica nei confronti dell’altro.
Pertanto è altamente improbabile che la scimmia possa identificarsi nel cucciolo di cane, specie completamente diversa, è più probabile che sia mossa da una suo “codice etico” che la spinge a salvare il cucciolo nonostante il pericolo di essere sbranata dal branco di cani, che sta correndo.
Le evidenze emerse con le ricerche sull’apprendimento e relativa modifica dei circuiti neuronali, ricerche sull’Aplisia, un mollusco con assoni neuronali così grossi di diametro da permettere la misurazione del potenziale d’azione, e nemmeno le evidenze sulla plasticità neuronale, con recuperi neurologici, evidenti anche sugli umani, in caso di lesione, non sono bastate a dare uno stop alla vecchia idea di considerare la psiche e il sistema nervoso in modo statico, immutabile, predefinito.
Attorno al fenomeno dei neuroni polifunzionali, chiamato “neuroni specchio” e evidenziato nel setting sperimentale di ricerca sui macachi, da Giacomo Rizzolati, alla fine degli anni ’80, si sono aggregati diversi studiosi del comportamento: pedagogisti, biologi, medici, ma pochissimi psicologi, i quali hanno portato contributi teorici a sostegno della “teoria specchio”.
Spesso i teorici dei neuroni specchio utilizzano per validare la loro teoria, studi con risonanza magnetico funzionale fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging), tale sistema viene utilizzato con il tentativo di rafforzare e avvalorare la teoria dei neuroni specchio dopo le note sperimentazioni sui macachi.
Attualmente nei corsi di laurea troviamo sempre di più il termine “scienze cognitive” , se andiamo all’origine del termine “psicologia cognitiva” lo troviamo verso la metà del ‘900, utilizzato da un gruppo di psicologi americani per indicare lo studio dei processi cognitivi: percezione, memoria, ragionamento, linguaggio.
Nell’ultimo manuale di neuroscienze, Eric Kandel, (neuro fisiologo, nobel nel 2000, per aver dimostrato la conservazione della memoria nei neuroni) sostiene che non bisogna intendere la mente come se fosse il risultato di un insieme di mappe specifiche, ma come se i processi cognitivi fossero il risultato di percorsi del “potenziale elettrico” che si propaga in più direzioni.
Commenti recenti